Quando il talento non bastava (II)
L'inizio di un'epoca senza regole
La storia delle Negro Leagues non può essere compresa se non si parte dal contesto sociale che le generò. Alla fine del XIX secolo, mentre il baseball si affermava come sport nazionale negli Stati Uniti, la nazione stessa restava profondamente divisa dalle ferite della Guerra Civile e dalle leggi di segregazione che seguirono. Nonostante l’abolizione della schiavitù nel 1865, la realtà per gli afroamericani continuava a essere segnata da discriminazioni sistemiche: votazioni negate, scuole separate e — naturalmente — sport separati.
Quando il secolo XIX lasciò il posto al XX, l’America sembrava avviata verso la modernità industriale, ma le sue fondamenta sociali poggiavano ancora su sabbie mobili fatte di pregiudizio e segregazione. Il baseball — già allora specchio perfetto della nazione — ne rifletteva le contraddizioni. A partire dagli anni 1890, le porte del baseball organizzato si chiusero progressivamente per i giocatori neri. Nessuna legge scritta lo vietava di fatto esplicitamente, ma la consuetudine aveva la forza di una barriera. Bastava un tacito accordo tra dirigenti bianchi perché un’intera popolazione rimanesse esclusa da un gioco che pure considerava proprio.
Fu allora che cominciò quella che gli storici definiscono oggi “l’età degli indipendenti”: un’epoca di pionieri, di squadre nomadi, di treni sgangherati e di campi improvvisati, ma anche di immenso talento e di orgoglio. In quegli anni, i giocatori afroamericani si costruirono da soli una rete di competizioni, tournée ed esibizioni che avrebbero gettato poi le basi del futuro sistema delle Negro Leagues. Era un baseball più libero, più istintivo, ma non meno competitivo. Era, per molti versi, il battito grezzo e sincero del baseball nero prima della sua istituzionalizzazione.
Le origini di questa stagione vanno cercate nei volti di pochi uomini ostinati, i primi a non accettare che il talento dovesse avere un colore. Tra tutti spicca John W. “Bud” Fowler, considerato a pieno titolo il primo professionista afroamericano del baseball. Nato nel 1858 nello stato di New York, Fowler era un autodidatta formidabile. Giocava in ogni ruolo, ma si distingueva come seconda base difensivamente solido e battitore disciplinato. Nel 1878 esordì nei Pickering Nine di Chelsea, Massachusetts, e di lì intraprese una carriera errante che lo portò in decine di squadre semiprofessionistiche e di minor league, quasi sempre bianche. Fowler era rispettato da compagni e tifosi, ma la sua stessa presenza diventava col tempo insostenibile per l’atmosfera razzista del paese. Veniva tagliato o scambiato di continuo, a volte senza motivazioni ufficiali.
Negli anni successivi, Fowler capì che il futuro per i neri nel baseball dipendeva dall’auto organizzazione. Fowler fu veramente un personaggio a tutto tondo: nel corso della sua vita fu giocatore, manager, arbitro e promoter. Contribuì a creare alcune delle prime squadre interamente afroamericane, prefigurando un modello che sarebbe esploso nei decenni seguenti.
Tra i suoi progetti spiccano i Page Fence Giants, squadra fondata nel 1895 a Adrian, nel Michigan, grazie al sostegno economico della Page Woven Wire Fence Company. Era una trovata geniale: il club rappresentava non solo un orgoglio sportivo, ma anche un veicolo pubblicitario per l’azienda di recinzioni metalliche. I giocatori viaggiavano in un elegante treno personalizzato, con il nome della squadra dipinto sui vagoni, e attiravano folle in tutto il Midwest. Erano atleti e imprenditori di sé stessi, veri pionieri di un professionismo alternativo.
Ma a dire il vero la prima scintilla di quella nuova epoca era scoccata già dieci anni prima, nel 1885, quando un gruppo di camerieri e facchini afroamericani del Clarendon Hotel a Long Island formò una squadra per intrattenere i clienti bianchi. Erano bravi, veloci e dotati di spirito teatrale. Si fecero chiamare Cuban Giants, un nome che oggi fa sorridere per il suo intento “camuffante”: fingere di essere giocatori cubani (anziché afroamericani) serviva a rendere la squadra più accettata nei circuiti bianchi, soprattutto nel Nord-Est.
Il trucco funzionò. I Cuban Giants iniziarono a viaggiare, ad affrontare squadre di ogni provenienza e ad incassare cachet consistenti. Si esibivano a Philadelphia, New York, Baltimora, fino a Washington, e spesso vincevano contro avversari bianchi di buon livello. La stampa li descriveva come una curiosità esotica, ma i loro risultati erano tutt’altro che folkloristici. Dominavano, divertivano e soprattutto dimostravano che il baseball nero poteva essere uno spettacolo professionale redditizio.
Nel 1887, la International League, allora una delle più importanti minor league, vietò formalmente la firma di nuovi contratti a giocatori neri. Quella decisione, apparentemente amministrativa, segnò la nascita di una barriera simbolica e reale che avrebbe plasmato il baseball per oltre cinquant’anni. Da quel momento le Negro Leagues furono, di fatto, una necessità. Nel giro di pochi anni si moltiplicarono le imitazioni delle squadre nere. Nacquero i New York Gorhams, i Philadelphia Pythians, i Cuban X-Giants e un’infinità di squadre itineranti che preparavano il terreno per le generazioni successive.
I Cuban Giants aprirono anche la strada a un modello economico rivoluzionario: l’autonomia. Non dipendevano da leghe o federazioni: gestivano i propri ingaggi, fissavano i calendari, negoziavano le partite direttamente. Era un’imprenditoria sportiva ante litteram, resa necessaria dall’esclusione, ma destinata a generare una sorprendente vitalità. Con l’andar del tempo, il modo più pratico per sopravvivere restava quello di diventare barnstormers, cioè squadre itineranti che giravano il paese per giocare esibizioni ovunque ci fosse un pubblico disposto a pagare un biglietto. Il termine, che nasceva da “to storm a barn” (assaltare un granaio), evocava l’idea di spettacoli improvvisati nelle campagne o nei piccoli centri.
Queste squadre indipendenti vivevano su mezzi di fortuna ma avevano un’organizzazione sorprendentemente efficiente per l’epoca, viste anche le circostanze. Viaggiavano con treni o bus propri, dormendo nei sedili o in pensioni aperte solo ai neri. Ogni giornata era un’avventura logistica: trovare un campo, un arbitro, un alloggio e un pasto senza incorrere nei divieti imposti dalle leggi razziste di Jim Crow.
Molti di questi barnstormers accumularono reputazioni leggendarie. I Chicago Union Giants, per esempio, furono una delle più forti compagnie itineranti del primo Novecento. Partiti nel 1897, si trasformarono gradualmente nei Leland Giants, e poi nei Chicago American Giants, caposaldo della futura Negro National League di Rube Foster. Sotto la guida di Frank Leland (e poi dello stesso Foster) divennero sinonimo di eccellenza tattica e disciplina. Molti di quei club fungevano anche da veri e propri incubatori di talento. I veterani insegnavano ai più giovani non solo come battere o lanciare, ma anche come comportarsi con dignità in un ambiente ostile. Si può dire che le Negro Leagues nacquero nei vagoni di quei treni, nelle chiacchiere serali accanto a un vecchio lucernario più che nei palazzi dei dirigenti.
In un’epoca di isolamento sociale, viaggiare e affrontare squadre bianche era anche un modo per reclamare visibilità. Le partite-maratona duravano spesso giornate intere, accompagnate da banda, picnic e spettacoli di intrattenimento. Era spettacolo puro, ma anche un campo di battaglia per la dignità. Ogni vittoria contro una squadra bianca aveva un valore simbolico che andava ben oltre il punteggio.
La dimensione itinerante del baseball nero in quest’epoca lo rese un fenomeno a metà tra sport e spettacolo. Le partite erano spesso annunciate come attrazioni circensi, e i giocatori stessi si esibivano in sketch comici o prove di abilità prima del playball. Ma sotto quella patina di intrattenimento si nascondeva una serietà agonistica inesorabile.
I manager neri capirono presto che il pubblico bianco accettava più volentieri i match misti o le esibizioni se avevano anche una componente spettacolare. Così le squadre inventarono espedienti teatrali, gag e presentazioni coreografiche. Era molto più di un evento sportivo: cominciava già nel pomeriggio con le bande locali che suonavano ragtime e blues, i venditori di dolci o carne grigliata e le famiglie vestite per la festa. Alcuni club facevano sfilare i giocatori in marcia militare, mentre altri improvvisavano numeri di comicità in campo e sugli spalti. La cultura nera trovava insomma nel baseball un palcoscenico per manifestarsi pienamente, cosa che le era pressochè vietata altrove.
La musica divenne parte integrante dell’esperienza. A volte le stesse squadre avevano gruppi musicali propri che suonavano durante le pause. Nei campi improvvisati di Chicago o Philadelphia, il ritmo di una marcia jazz si univa ai colpi secchi delle palle battute dalle mazze: lo sport e l’arte si fondevano in un unico linguaggio popolare. Per molti spettatori, assistere alle partite significava partecipare a un rito di comunità: non era solo un passatempo, ma un modo per affermare orgoglio e appartenenza. In quest’atmosfera, il baseball si caricava di un significato che andava oltre il gesto atletico, diventava espressione di una richiesta di libertà collettiva.
Tutto questo era però fondamentalmente una strategia di sopravvivenza, ma dietro quel sorriso obbligato ribolliva l’orgoglio di chi sapeva di valere più di quanto il mondo riconoscesse. Le formazioni indipendenti più affermate arrivarono persino a stipulare accordi per sfide contro squadre MLB o minor league bianche come parte dei loro tour estivi.
Nonostante la retorica della segregazione, molti dirigenti bianchi accettavano queste esibizioni per motivi di guadagno: il pubblico era realmente desideroso di vedere gli esotici “uomini di colore” affrontare i professionisti.
I risultati? Frequentemente i barnstormers neri vincevano e vincevano bene. Queste vittorie, tuttavia, raramente finivano sulle pagine dei grandi quotidiani sportivi. Le partite contro squadre bianche avevano un fascino irresistibile per il pubblico e un valore morale incalcolabile per i giocatori e gli spettatori neri. Ogni sfida era un piccolo atto di ribellione. Tuttavia, la loro organizzazione richiedeva diplomazia e audacia: molte città vietavano formalmente le competizioni miste. Altrove, era sufficiente l’intervento delle autorità o delle squadre bianche locali per farle annullare. Eppure, quando accadevano, restavano incise nella memoria collettiva.
Una delle più famose si svolse nel 1903, quando i Cuban X-Giants affrontarono una selezione di giocatori bianchi di alto livello, comprendente anche alcuni ex professionisti. Non solo vinsero, ma lo fecero con autorità. Sol White e Grant Johnson, rispettivamente manager e slugger della squadra, divennero simboli di un’eccellenza impossibile da ignorare. Il successo di quel match fece capire a molti osservatori bianchi che l’esclusione non era una questione di merito, ma di mero pregiudizio.
Nonostante ciò, la segregazione resisteva feroce. Paradossalmente, proprio la capacità dei giocatori neri di vincere contribuiva a renderli ancora più indesiderati nei campionati bianchi, dove la inscalfibile gerarchia razziale si sosteneva anche (e soprattutto) sul campo.
Nel frattempo, cresceva parallelamente un fenomeno culturale che sarà cruciale nella nostra storia: stava nascendo la stampa afroamericana. Giornali come il Chicago Defender, il Pittsburgh Courier e il Baltimore Afro-American cominciarono a dare spazio al baseball nero, raccontandone eroi e vicende con voce propria. In un’epoca senza social e con cronisti bianchi spesso ostili, questi giornali divennero il principale strumento di promozione e autostima per la comunità afroamericana. Le loro pagine descrivevano le partite come battaglie epiche, esaltavano i campioni locali e denunciavano le ingiustizie subite dalle squadre itineranti. Grazie a questa narrazione alternativa, il baseball nero prese lentamente coscienza di sé come istituzione culturale.
Non era più solo una serie di show sparsi, ma inziava ad essere un movimento con memoria e identità. Proprio la consapevolezza di questa identità avrebbe spinto, negli anni successivi, figure come Rube Foster a sognare una lega stabile e riconosciuta.
Una delle peculiarità dell’età degli indipendenti era la sua geografia fluida. Non esisteva un calendario né divisioni regionali fisse. Le squadre spuntavano, si scioglievano e rinascevano altrove, stagione dopo stagione. Tuttavia, alcune città divennero naturalmente poli di riferimento.
Chicago era il cuore pulsante del Midwest nero: centro ferroviario, metropoli in espansione e crocevia di opportunità per la popolazione afroamericana emigrata dal Sud. Qui operarono i Leland Giants, collegi sportivi e, più tardi, anche lo stesso Andrew Foster. Philadelphia e New York, invece, erano baluardi della costa orientale, con club storici come i Cuban Giants e gli X-Giants. A sud, Birmingham, Memphis e Atlanta ospitavano leghe semiprofessionistiche che univano elementi di intrattenimento popolare e fiere cittadine.
Le tournée già allora attraversavano il confine canadese e, quando possibile, si spingevano anche nei Caraibi. Cuba, Portorico e il Messico offrirono ai giocatori neri opportunità di guadagno e soprattutto (e per la prima volta) rispetto. Lì, al contrario dell’America segregata, potevano mangiare negli stessi ristoranti dei colleghi bianchi e abitare negli stessi alberghi. Questo flusso internazionale fece del baseball nero un fenomeno transnazionale: un ponte culturale fra le Americhe prima ancora che la globalizzazione sportiva diventasse concetto comune.
L’immagine romantica dei barnstormers tuttavia potrebbe risultare fuorviante, spesso nascondeva infatti la durezza della loro vita quotidiana. I giocatori vivevano in viaggio per mesi, caricando attrezzature, cucinando spesso a bordo dei vagoni, giocando fino a cinque partite in due giorni. I campi erano spesso improvvisati, con basi segnate da pietre o cumuli di stracci.
Nei paesi del Sud, le insidie erano costanti. Alberghi e ristoranti segregati, aggressioni verbali e a volte fisiche. I treni, che li accoglievano come passeggeri di seconda classe, diventavano quindi una sorta di casa mobile. Eppure, c’era uno spirito comunitario che trasformava la difficoltà in fratellanza: i giocatori cantavano insieme, suonavano strumenti portatili, cucinavano riso e fagioli. E ogni partita vinta era una piccola rivincita su questo mondo esterno.
Se c’è un’immagine che racchiude lo spirito di quell’età, probabilmente è quella del treno fumante che attraversa le pianure del Midwest, carico di giocatori, strumenti, mazze e sogni. Dai finestrini si vedono scorrere campi di grano, città industriali e piccole fermate dove li attendono folle curiose.
Ogni tappa è diversa: a volte si gioca in uno stadio gremito, altre su un terreno sterrato con paletti di legno al posto delle basi. Ma ogni volta la partita diventa un modo di raccontare un’America possibile, dove le barriere razziali si sciolgono, almeno per nove inning.
Il baseball nero indipendente fu, in fondo, un viaggio perpetuo. Un viaggio nel quale i giocatori non inseguivano solo la vittoria o il denaro, ma il diritto di esistere nello sport che amavano e che cercavano in tutti i modi di onorare al meglio. Quel viaggio non si fermò mai davvero: dalle rotaie dei barnstormers nacque il treno della storia che portò al 1947, quando Jackie Robinson entrò sul diamante dei Brooklyn Dodgers.
Quando ripensiamo all’età degli indipendenti, non dobbiamo immaginarla solo come un periodo caotico e marginale, ma come la vera fucina del baseball nero. Senza quei treni, quei campi sterrati, quelle notti di musica e sudore, non sarebbe mai esistita la struttura solida delle Negro Leagues, né la futura integrazione del baseball americano. Quegli uomini — Bud Fowler, Sol White, Grant Johnson, Frank Leland, Rube Foster e centinaia di altri senza nome — furono veramente degli artigiani della libertà sportiva. Costruirono con le proprie mani ciò che il sistema rifiutava di concedergli: un sogno, una professione ed un’identità. Le loro storie non sono annotate in statistiche, ma vivono ancora nel ritmo dei diamanti di terra battuta, nel rimbalzo di una pallina che continua a raccontare, cent’anni dopo, la stessa lezione: la grandezza non chiede il permesso.
Un elemento spesso dimenticato dell’età degli indipendenti è la dimensione imprenditoriale che coinvolgeva non solo giocatori, ma intere comunità. In molte città del Midwest, società afroamericane e associazioni locali finanziavano le squadre, compravano divise, affittavano campi, organizzavano lotterie per sostenere le trasferte.
Questo modello “community-owned” anticipava di decenni il concetto moderno di club radicato nel territorio. Le squadre diventavano emblemi di orgoglio civico e bandiere di rappresentanza per la popolazione nera locale. A Chicago, ad esempio, la comunità sosteneva i Leland Giants come un simbolo di modernità ed orgoglio urbano. Ogni vittoria era raccontata nei barbershop, nelle chiese, nei giornali comunitari. In questo senso, il baseball nero fu anche un esperimento di autogestione collettiva, dove sport, economia, solidarietà e cultura si fusero in un ecosistema unico.
L’America stava cambiando rapidamente: la Grande Migrazione degli afroamericani dal Sud rurale verso le città industriali del Nord ridisegnò la mappa demografica e sociale degli Stati Uniti. Migliaia di famiglie lasciavano piantagioni e campi per cercare lavoro nelle fabbriche di Chicago, Detroit, Pittsburgh e Cleveland. Con loro viaggiava anche la passione per il baseball: i giocatori trovavano nuovi pubblici, nuove opportunità, nuovi investitori.
Contemporaneamente, la Prima Guerra Mondiale introdusse nuovi spazi di mobilità e di contatto con il mondo. Molti afroamericani servirono nell’esercito, e alcuni giocarono in squadre militari integrate all’estero. In Francia, per esempio, le barriere razziali si attenuarono notevolmente, e lì, a miglia di km da casa, i baseballisti neri scoprirono un’accoglienza che in patria era impensabile.
Al ritorno dalla guerra, tuttavia, trovarono un paese ancora diviso. Gli anni 1919–1920 furono segnati da rivolte razziali e discriminazioni crescenti. Ma proprio allora, paradossalmente, maturava il bisogno di unità e istituzionalizzazione nel baseball nero. Da quell’instabilità sarebbe nato il progetto di Rube Foster: trasformare il caos geniale dell’età degli indipendenti in un sistema solido e duraturo.
Altro fenomeno poco raccontato, ma affascinante, fu anche la partecipazione femminile. Sebbene rara, non mancava. Alcune squadre e leghe giovanili includevano donne giocatrici, soprattutto nei maggiori contesti urbani dove il baseball femminile aveva già un suo primordiale radicamento. Più spesso, però, le donne svolgevano ruoli di sostegno economico e organizzativo, certo più oscuro ma fondamentale: cucivano le divise, gestivano i conti, organizzavano raccolte fondi e vendevano biglietti. Il baseball nero era, in definitiva, anche un vero progetto comunitario al quale collaboravano uomini e donne, ognuno a suo modo, per quanto in suo potere.
A guardarlo con gli occhi di oggi, l’arco temporale 1890–1920 appare dunque come una lunga marcia verso la dignità. Nessun campionato ufficiale, niente statistiche accurate, nessuna copertura mainstream. Eppure, proprio in quell’anarchia germogliarono la creatività, l’orgoglio e l’organizzazione che poi esplosero nelle Negro Leagues.
Fu un periodo di vera resistenza culturale a tutto tondo. Il baseball nero degli indipendenti inventò infatti strategie comunicative, modelli imprenditoriali e uno stile di gioco dinamico e spettacolare che avrebbe influenzato anche la stessa Major League, in una qualche maniera. Gli stessi scarti imposti dal sistema — la necessità di improvvisare, di adattarsi, di viaggiare — divennero la matrice di un baseball più veloce, brillante e aggressivo. Dove la MLB prediligeva la regolarità, i barnstormers esaltavano la creatività. Dove i bianchi celebravano il rigore, loro rispondevano con fantasia e grinta. Era un altro modo di intendere il gioco, plasmato dalla libertà, dalla fantasia, dalla grinta e dalla lotta.
Prima della fondazione definitiva della Negro National League, ci furono numerosi tentativi di creare leghe permanenti, quasi sempre falliti per motivi economici.
Nel 1906, ad esempio, venne annunciata la International League of Colored Baseball Clubs of America and Cuba, che riuniva squadre come i Cuban X-Giants, i Philadelphia Giants e i Cuban Stars. L’esperimento durò poco più di una stagione, ma dimostrò che l’idea di una lega stabile era nell’aria. Altri progetti seguirono, tra cui la National Colored League e la Eastern Colored League, ma nessuno riuscì a sostenersi più di due anni. I costi di viaggio, la mancanza di sponsor e la difficoltà di mantenere un calendario regolare rendevano tutto precario.
Eppure, anche questi fallimenti contribuirono a consolidare una rete di contatti e un sapere organizzativo che sarebbe stato prezioso per Rube Foster nel 1920. Si potrebbe dire che le Negro Leagues nacquero per evoluzione darwiniana: dopo decenni di esperimenti informali solo le strutture più efficienti sopravvissero.
Foster è senza dubbio uno dei nomi da ricordare in questa storia. Non tanto come giocatore (sebbene sia accreditato di 336 vittorie e 3 Pennants), quanto perchè è uno dei personaggi senza il quale tutta questa vicenda non sarebbe nemmeno raccontabile. In pochi anni la sua visione avrebbe infatti cambiato tutto.
Foster era geniale, autoritario e dotato di un acume tattico fuori dal comune. Sotto la sua guida, i Leland Giants si trasformarono in una macchina sportiva quasi professionale. Foster introdusse primoridali regole di allenamento, tattiche precise e uniformi coordinate, tutte cose fino ad allora sconosciute. Cominciava a pensare il baseball nero non come un passatempo, ma come un'industria organizzata.
Durante l’epoca degli indipendenti, Foster imparò le lezioni fondamentali del mestiere: come negoziare contratti, gestire trasferte, vendere spettacolo e, soprattutto, unire i frammenti dispersi nei mille intricatissimi rivoli di quel magmatico movimento. Gli anni trascorsi su rotaie, tra campi improvvisati e stadi improvvisati, lo convinsero che il talento da solo non bastava. Serviva una struttura.
Nel 1911 fondò i Chicago American Giants, squadra che sarà un modello per disciplina e innovazione tattica, la prova vivente che il baseball nero poteva competere con qualsiasi squadra bianca della nazione. Da lì al 1920, il passo verso la creazione della Negro National League avrebbe rappresentato la naturale maturazione di un sogno ventennale. Ma di questo ne parleremo nel prossimo capitolo.
Per chiudere questo, invece, credo che sia doveroso tentare di tracciare un profilo (sebbene più che sommario) dei primi pionieri del baseball nero: negli anni che vanno dal 1890 al 1910 nacquero decine di giocatori fenomenali, molti dei quali restarono fuori dai radar della storia ufficiale. Mancano statistiche, fotografie, riconoscimenti. Ma le cronache sparse dei giornali neri e qualche testimonianza orale hanno permesso di salvare almeno i loro nomi.
George Stovey
Lanciava di mancino, con un controllo degno dei migliori pitcher MLB di fine Ottocento. Nel 1886 e 1887 fece coppia con Fleet Walker a Newark e poi a Jersey City, dominando la International League prima che questa decidesse di chiuderne le porte ai neri. Con un record stimato di oltre 60 vittorie in due stagioni, Stovey fu tra i primi a dimostrare che i lanciatori afroamericani potevano competere ai massimi livelli del baseball professionistico.
Moses “Fleet” Walker
Giocò addirittura 42 partite in Major League nel 1884 con i Toledo Blue Stockings, prima quindi che la segregazione diventasse totale. Walker era colto, figlio di genitori istruiti, e studiò all’università. Dopo la sua breve esperienza MLB, trovò nei circoli indipendenti un rifugio e una missione: dimostrare che il talento nero non dipendeva dall’approvazione bianca.
Grant “Home Run” Johnson
Un battitore potente e regolare, capace di trasformare i lanci avversari in battute oltre le recinzioni. Fu la stella dei Cuban X-Giants e poi dei Colored All-Americans di Buffalo, squadra che dominò il decennio del 1890. Johnson era un perfezionista del swing e un leader calmo, che ispirava rispetto in ogni club di cui faceva parte.
Sol White
Giocatore, allenatore e storico, White ebbe il merito di documentare la storia nascente del baseball nero nel suo prezioso libro “Sol White’s Official Base Ball Guide” del 1907, oggi considerato la prima opera di storiografia del baseball afroamericano. Oltre che ottimo seconda base, fu anche un intellettuale, consapevole del valore culturale dello sport.
Questi uomini, insieme a decine di altri, costruirono una tradizione che sopravvisse solo grazie alla memoria orale. Le loro carriere si consumarono su campi secondari, ma le leggende dei loro duelli viaggiavano veloci quanto i treni che li portavano da una città all’altra.
