La maledizione di Tampa?

Parliamo un po' di Tampa

Ave villici!

Avevo promesso, dopo fugace sondaggio sulla pagina FB, di scrivere del 1927 e della “fila degli assassini” degli Yankees. Onestamente speravo vincessero il sondaggio i Royals del 2015 (che sono forse davvero l’ultima invenzione, magari avvolta in un alone meno mistico ma ugualmente affascinante), però poi, parlando un po’ con vari amici durante questa post-season MLB, mi sono reso conto che non si presta la giusta attenzione ai Tampa Bay Rays. 

Quindi mossa del cavallo e invece di Yankees o Royals parliamo un po’ della storia di questa franchigia. Per gli Yankees del 1927 e i Royals del 2015 ci sarà tempo, magari durante l’infinita offseason 2026-2027 che ci attende.

Partiamo allora.

E’ il 31 marzo 1998, al Tropicana Field di St. Petersburg, Wilson Álvarez lancia un ball al leadoff dei Detroit Tigers, Brian Hunter. Un gesto ordinario, che è ripetuto migliaia di volte ogni singolo giorno sui diamanti, non solo americani. Quel pomeriggio, però, segnava la fine di una lunga anomalia: una delle regioni più profondamente legate alla preparazione primaverile del baseball professionistico possedeva finalmente una squadra di Major League. Sugli spalti c’erano 45.369 spettatori. Prima della partita, Ted Williams, Stan Musial, Al López e Monte Irvin avevano eseguito i lanci cerimoniali: quattro grandi figure del gioco per dare autorevolezza storica a una franchigia che non aveva ancora disputato un inning.

I Tampa Bay Devil Rays erano nati ufficialmente il 9 marzo 1995, quando i proprietari della MLB avevano approvato all’unanimità l’ingresso di due nuove organizzazioni, i Tampa Bay Devil Rays e gli Arizona Diamondbacks. La "fondazione" dei Devil Rays (come vedremo) sarà il risultato finale di una incredibile tenacia collettiva, mosse azzardate, tradimenti e sconfitte. Ma la storia della nascita "burocratica" della franchigia della Florida è talmente bizzarra che vale la pena raccontarla con dovizia di particolari, perchè senza questo il baseball per me perde molto del suo fascino. 

Partiamo col dire che Tampa Bay non è una città, ma una precisa regione attorno alla baia. Tampa e St. Petersburg ne sono i principali centri urbani, appartenenti a contee differenti e dotati di identità politiche ed economiche proprie ed indipendenti. La squadra avrebbe assunto una denominazione regionale, ma il motore istituzionale della sua nascita e la sede dello stadio furono soprattutto, se non interamente, espressioni di St. Petersburg.

Qui il baseball aveva radici ampiamente precedenti alle Major League. I St. Petersburg Saints giocavano già all’inizio del Novecento, nel 1914 arrivarono per lo spring training i St. Louis Browns del mitico Branch Rickey. L’anno successivo, grazie all’attivismo di Al Lang, furono i Philadelphia Phillies a scegliere la città come sede di preparazione. Per decenni St. Petersburg sarebbe rimasta una destinazione ricorrente del baseball primaverile, consolidando un già forte rapporto culturale ed economico con il gioco.

Quella familiarità conteneva però una contraddizione assai bizzarra. Ogni anno la città accoglieva giocatori, dirigenti e tifosi, poi vedeva partire le squadre quando cominciavano le partite realmente valide per la stagione MLB, rimanendo con formazioni di Mionr League e, successivamente, scalcagnati esperimenti di Indyball che non avevano mai lunga durata. Il baseball delle Major League era presente solo come anticipazione quando, di fatto, non contava. La regione offriva il clima e le strutture della preparazione ma il campionato era altrove, in soldoni.

Nonostante questo però tra gli anni Sessanta e Settanta, amministratori e sostenitori locali mantennero vivo il progetto di una franchigia permanente, sebbene sembrasse più una fantasia che una reale possibilità. Negli anni Ottanta l’iniziativa assunse una forma più organizzata: nel 1983 nacque il Tampa Bay Baseball Group, incaricato di coordinare gli sforzi per portare una squadra nella regione. Il gruppo non puntava a un’eventuale espansione, cercava più un club esistente da acquistare e trasferire, senza ovviamente scartare ipotesi di expansion team.

Fu una scelta comprensibile, sebbene più azzardata: l’espansione dipendeva dai tempi e dagli equilibri dell’intera lega, un proprietario insoddisfatto della propria situazione locale poteva invece sembrare un interlocutore immediatamente disponibile, tagliando tempi burocratici ed organizzativi che altre località non avrebbero potuto bypassare. Il problema era stabilire quanto quella disponibilità fosse autentica.

Fra i primi contatti importanti vi furono quelli con i Minnesota Twins di Calvin Griffith. Il trasferimento al Metrodome non aveva cancellato ogni incertezza economica, e alcune clausole legate all’affluenza rendevano teoricamente possibile un cambiamento di sede. Le condizioni necessarie, tuttavia, non si verificarono e la trattativa non produsse conseguenze. Nel 1985 fu la volta degli Oakland Athletics: anche in quel caso l’interesse diminuì fino a scomparire quando arrivarono miglioramenti alle condizioni dello stadio californiano.

La manifestazione più radicale della voglia di MLB a Tampa fu la decisione di costruire uno stadio senza avere una franchigia. Nel 1985 il consiglio municipale di St. Petersburg stanziò 85 milioni di dollari per un impianto coperto, da italiani sappiamo bene cosa questo significhi: il costo previsto sarebbe poi schizzato a 138 milioni. Così, a scatola chiusa. Il commissioner Peter Ueberroth aveva sconsigliato di procedere senza una squadra garantita, ma la città scelse di assumersi il rischio. I lavori cominciarono nel 1986. Il sostegno popolare non mancò, sebbene furono diverse le abitazioni espropriate e migliaia di cittadini ricollocati in fretta e furia per dare il via ai lavori. Circa ventimila persone versarono cinquanta dollari ciascuna per prenotare diritti sui posti del futuro impianto: una tangibile dichiarazione di fiducia compiuta quando non esistevano ancora né una squadra né un calendario.

La logica era semplice, stavolta un azzardo vero e proprio: trasformare una candidatura in una disponibilità ancora più immediata, in attesa di poter finalmente cogliere l’occasione al volo. Con lo stadio pronto un proprietario interessato al trasferimento non avrebbe dovuto aspettare approvazioni, progettazioni e cantieri, ma avrebbe trovato un edificio già pronto e funzionale. Anche una futura commissione per l’espansione avrebbe potuto verificare un impegno materiale, non soltanto promesse.

Si definiva così un meccanismo destinato a ripetersi nel tempo in molteplici occasioni. Tampa Bay offriva un mercato alternativo credibile (zona economicamente in forte crescita, con un bacino di circa 5 milioni di persone nel raggio di due ore di auto), il club interessato poteva presentare quella possibilità alle proprie autorità locali come una ipotesi di trasloco credibile. La minaccia di perdere la squadra favoriva nuove concessioni e Tampa Bay rimaneva puntualmente “fregata”. Per St. Petersburg, ogni negoziato sembrava un avvicinamento al traguardo, ma a ben guardare la situazione particolare di Tampa per l’interlocutore poteva essere soprattutto uno strumento contrattuale verso la località e l’amministrazione che avrebbe dovuto lasciare. 

L’episodio più celebre riguardò i Chicago White Sox. Nel 1988 il loro futuro a Chicago apparve abbastanza incerto da rendere concreto il rischio di un trasferimento in Florida. La soluzione arrivò invece attraverso l’intervento politico dell’Illinois e l’approvazione dei finanziamenti per un nuovo impianto. Il governatore Jim Thompson ebbe un ruolo decisivo nella manovra legislativa che permise di trattenere la squadra. Alla fine Tampa Bay restò ancora una volta senza baseball “vero”.

Non era soltanto una sequenza di occasioni fallite, ma una condizione che stava diventndo strutturale: la regione risultava abbastanza appetibile da rendere persuasiva una minaccia di trasferimento, ma non abbastanza influente da controllare l’esito delle trattative. Il suo valore veniva riconosciuto senza tradursi nell’assegnazione di una squadra, mortificando ogni tentativo: ormai lo schema si era verificato troppe volte per essere derubricato a mero "gombloddo".

Anche il tentativo di acquisire i Kansas City Royals non portò al risultato sperato. E quando la MLB scelse le nuove franchigie destinate a debuttare nel 1993, la Florida ottenne sì una squadra, ma nell’area di Miami: i Florida Marlins di Wayne Huizenga. Per St. Petersburg, che aveva già investito concretamente nel progetto, fu una delusione particolarmente pesante.

Intanto lo stadio era pronto: il Florida Suncoast Dome aprì nel 1990. Non risolse immediatamente il problema, però: la candidatura per l’espansione successiva fallì e le trattative di trasferimento continuarono a interrompersi. L’edificio trovò altri utilizzi e ospitò anche i Tampa Bay Lightning della NHL, assumendo il nome ThunderDome. Intanto rimaneva la prova di una promessa incompiuta, se non tradita.

Questa scelta avrebbe condizionato anche il futuro, dato che la ipotetica nuova franchigia non avrebbe individuato la propria collocazione partendo da un’analisi completamente libera del mercato ma avrebbe ereditato un impianto e una geografia già definiti. Lo stadio favoriva l’arrivo della squadra, ma allo stesso tempo ne fissava il punto di partenza con dei paletti ben delineati. Nella storia dei Devil Rays, infrastruttura e identità furono decise in parte prima ancora che esistesse un roster, se vogliamo vederla dall'altro punto di vista.

Nel 1992 il ruolo centrale nel gruppo locale passò a Vince Naimoli, imprenditore specializzato nell’acquisizione e nella ristrutturazione di aziende in difficoltà. Il suo profilo contava: era abituato a intervenire direttamente, imporre cambiamenti e misurare i risultati economici. La stessa determinazione che poteva sbloccare una trattativa sarebbe poi diventata un elemento complesso nella gestione sportiva, ma per vedere quello ci sarà tempo.

L’occasione sembrò presentarsi con i San Francisco Giants. Il proprietario Bob Lurie cercava una soluzione alle difficoltà legate a Candlestick Park, e il gruppo di Naimoli raggiunse un accordo per acquistare la squadra per 115 milioni di dollari e trasferirla nella regione di Tampa Bay. Dopo tante ipotesi, questa aveva il peso di un’intesa concreta e clamorosa, vista l’importanza dei Giants nel panorama MLB.

La mobilitazione per trattenere i Giants a San Francisco produsse un gruppo alternativo guidato da Peter Magowan. Dopo una serie estenuante di offerte e rilanci fu accettata la soluzione californiana, nonostante un prezzo d’acquisto inferiore a quello proposto da Naimoli. Per la Florida fu forse la sconfitta più difficile: non era mancato il denaro, né uno stadio, né un venditore. In estrema sintesi quel che era mancato stavolta era il consenso della lega.

Naimoli e altri protagonisti locali reagirono sul terreno giudiziario. Parallelamente, il senatore Connie Mack III e il deputato Bill Young alimentarono l’attenzione politica sull’esenzione antitrust del baseball. La questione non riguardava più soltanto una comunità delusa, ma arrivava a toccare il potere della MLB di controllare il mercato delle proprie franchigie.

Sarebbe riduttivo spiegare l’espansione successiva (quella finale che portò realmente la MLB a Tampa Bay) esclusivamente come una compensazione per il caso Giants. Tuttavia, quelle pressioni facevano parte del contesto. Tampa Bay aveva accumulato investimenti, candidature e motivi di contestazione e risentimento. Continuare a usarla come alternativa senza offrirle uno sbocco diventava sempre più problematico e nel 1995 si arrivò finalmente alla tanto agognata firma.

L’approvazione arrivò infatti il 9 marzo 1995, durante una riunione dei proprietari a West Palm Beach: 28 voti favorevoli e nessuno contrario. Tampa Bay e Arizona sarebbero entrate in campo nel 1998, portando la MLB a trenta squadre. Ciascuna nuova organizzazione avrebbe pagato una quota d’ingresso di 130 milioni di dollari, Tampa si trovò a pagare più per creare una franchigia dal nulla di quanto avrebbe pagato 3 anni prima per “scippare” i Giants a San Francisco. E’ interessante notare come la decisione maturò mentre il baseball era ancora paralizzato dal lungo conflitto dello sciopero del 1994. A ben guardare si trattava di un’espansione del futuro deliberata dentro una pesantissima crisi del presente. Come si fa a non essere romantici col baseball? 

Per Tampa Bay cambiava soprattutto la natura dell’appartenenza. Come detto non sarebbe arrivata una squadra con una storia costruita altrove, trasferita insieme ai propri ricordi e alle proprie fratture. La regione avrebbe avuto una franchigia nuova, con una memoria da iniziare e un’identità da elaborare in toto.

Il 17 aprile venne concordato con St. Petersburg un contratto trentennale per l’utilizzo del ThunderDome. Nel luglio successivo Chuck LaMar fu nominato responsabile delle baseball operations e general manager. La candidatura entrava nella fase amministrativa e tecnica: era finalmente il momento di pensare a contratti, personale, scouting, sviluppo dei giocatori. Ottenuta la vittoria politica si doveva diventare un’organizzazione funzionante vera e propria.

Anche il nome ebbe una gestazione meno lineare di quanto suggerisca la sua apparente naturalezza. Naimoli avrebbe preferito Sting Rays, ma incontrò un problema di diritti con una squadra hawaiana. La scelta cadde allora su Devil Rays, denominazione che suscitò immediate contestazioni e rese necessario sondare l’accettazione del pubblico con cautela.

Le uniformi furono presentate nel novembre 1995 al Florida Aquarium. La franchigia aveva adesso un’immagine, ma il suo elemento più difficile da produrre restava da creare pressochè da zero: tra l’assegnazione e il debutto c’erano tre anni, un intervallo lungo per chi aspettava una partita e brevissimo per chi doveva costruire un sistema di giocatori, manager, dirigenti, scout etc etc.

Per oggi vi basti così.

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