La prima stagione dei Devil Rays
Il bizzarro 1998
Ave villici!
Eravamo rimasti alla fondazione e alla nascita dei Tampa Bay Devil Rays, per la puntata odierna focalizziamoci sulla prima storica stagione. Se come nasce una franchigia dal punto di vista politico e burocratico può essere interessante, figuriamoci se non lo è l’osservare le prime mosse di baseball operations vere e proprie.
Abbiamo visto, anche se solo di sfuggita, che i Rays si erano affidati a LaMar, vediamo di conoscerlo meglio, per quanto possibile: proveniva da esperienze nello scouting e nello sviluppo dei giocatori con le organizzazioni dei Reds, Pirates e Braves. Il suo orientamento iniziale prevedeva una crescita attraverso i giovani e il draft, con un orizzonte di cinque-sette anni per arrivare a competere. Al contrario Naimoli, il focoso proprietario che era riuscito a far arrivare la MLB a Tampa, abituato a ristrutturazioni aziendali più rapide, aveva aspettative meno pazienti. La tensione fra questi due tempi sarebbe stata uno dei problemi originari dei Devil Rays che si porteranno dietro nei primi anni della loro esistenza, ma per oggi limitiamoci ai primi 12 mesi di gestione.
Il primo giocatore firmato fu Adam Sisk, lanciatore destro proveniente dall’Edison Community College, il 26 settembre 1995. Non sarebbe arrivato nelle Major League, ma il suo contratto segnava un piccolo momento storico: Tampa Bay non si limitava più a "cercare" baseball, cominciava a produrlo (o almeno iniziava a tentare di). Nel giugno 1996 la prima scelta al draft dilettanti fu invece Paul Wilder (non andrà oltre il A+), esterno e prima base. Complessivamente il club selezionò 97 giocatori. Il numero rende la dimensione dell’impresa: non occorreva soltanto trovare qualche prospetto importante, ma popolare i roster delle squadre e creare un percorso di sviluppo letteralmente da zero.
Il 19 giugno 1996, all’Al Lang Stadium, 7.582 spettatori assistettero alla partita della formazione di Gulf Coast League contro l’affiliata degli Yankees. Pablo Ortega eseguì il primo lancio nella storia agonistica dell’organizzazione, Tampa Bay perse 10-1. Il giorno successivo arrivò la prima vittoria, 4-3 contro i giovani delle minors degli Astros. Il baseball dei Devil Rays esisteva già, anche se il grande pubblico avrebbe ricordato soprattutto il debutto del 1998, tralasciando questi anni di gestazione. Nel frattempo si preparava il livello superiore della filiera, con Durham destinata a diventare l’affiliata AAA dal 1998. L’edificio costruito a scatola chiusa (quasi come reazione di sfida, dopo lo schiaffo degli A’s) nel 1986 per attirare una squadra doveva ora essere adattato alla squadra finalmente ottenuta, dopo appena 12 anni. Lo stadio assunse il nome Tropicana Field nell’ottobre 1996 e venne avviato un programma di ristrutturazione da 63 milioni di dollari, tanto per non farsi mancare nulla.
Dal punto di vista meramente tecnico il 16 gennaio 1997 i proprietari votarono l’inserimento di Tampa Bay nell’American League. La destinazione divisionale sarebbe stata l’East: Yankees, Red Sox, Blue Jays e Orioles. Per una franchigia senza storia, significava confrontarsi immediatamente con organizzazioni consolidate, mercati importanti e aspettative competitive elevate, nel pieno degli anni forse più intensi dell’eterna sfida Yankees-Red Sox. Ovviamente nel 1998 il problema dei Devil Rays non fu semplicemente incontrare gli Yankees o i Red Sox, ma sostenere una stagione intera con una qualità e una profondità ancora insufficienti, per forza di cosa. La collocazione rendeva sicuramente più severo il confronto, ma i problemi strutturali di una formazione neonata sarebbero stati tali in qualsiasi altra division.
Il 7 novembre 1997 venne nominato il primo manager: Larry Rothschild, pitching coach dei Florida Marlins appena campioni del mondo e già nel pieno della più clamorosa smobilitazione post titolo della storia MLB. Rothschild era una scelta coerente con l’importanza attribuita allo staff di lancio, ma non aveva precedenti da manager nelle Major League. Di certo possedeva esperienza tecnica in un’organizzazione che aveva appena raggiunto il massimo risultato, battendo prima i ben più quotati Braves prima e gli Indians poi (e qui sbizzarriamoci in corsi e ricorsi storici pensando a questi giorni). Il suo incarico comprendeva due lavori sovrapposti. Doveva gestire partite e giocatori, come ogni manager, contemporaneamente doveva contribuire a stabilire abitudini, gerarchie e procedure in un club privo di tradizione interna. Non esisteva un’identità da correggere: bisognava crearla.
Solo 11 giorni dopo la nomina del Manager era già tempo dell’expansion draft. Tampa Bay selezionò 35 giocatori all’expansion draft. La prima scelta della franchigia fu Tony Saunders, pitcher mancino, anche lui ex Marlins 1997, purtroppo torneremo a parlare di lui. Seguirono Quinton McCracken e Bobby Abreu. Arrivarono inoltre Miguel Cairo, Esteban Yan, Mike DiFelice, Bubba Trammell, Jim Mecir, Albie Lopez e Randy Winn, fra gli altri. Era materiale eterogeneo: giovani ancora da definire, giocatori bloccati nelle organizzazioni precedenti, professionisti di valore modesto ma utilizzabili subito. Vale la pena ricordare che l’expansion draft non è un normale mercato. L’offerta dipende dalle protezioni delle altre franchigie. Facendola molto breve le altre formazioni hanno un tot di slot in cui inserire i propri giocatori: chi rimane fuori da questa lista di protezione diventa selezionabile dalle neonate franchigie. Dal punto di vista di Tampa, la necessità di coprire ogni ruollo entrava in conflitto con il principio di scegliere il migliore talento disponibile.
Tampa in realtà fece un piccolo capolavoro al draft, selezionando probabilmente quasi sempre la migliore scelta disponibile. L'ipotetico diamante post draft era il seguente: McGriff in prima base, Miguel Cairo in seconda, interbase Ledesma, Smith in terza, Di Felice catcher, McCracken, Abreu e Trammell esterni, Young DH. Più che dignitoso per una formazione neonata. Anche per il monte era stato fatto un lavoro più che apprezzabile.
Il problema furono la notte e la mattina seguenti: Tampa era diventata "legalmente" proprietaria dei contratti di tutti i giocatori selezionati e decise subito di effettuare scambi con le altre formazioni, ed ogni operazione fu un suicidio. Via Abreu, Young, Sheets e Boerhinger, dentro Stocker, Flaherty e Kelly.
Abreu, che a posteriori è senza dubbio il miglior giocatore selezionato da Tampa, è stata una mossa che con gli occhi del 2026 appare semplicemente folle, ma la motivazione era comprensibile nella sua formulazione: si cede un giovane e promettente esterno per fornire alla squadra un interbase esperto, capace di sostenere difensivamente i lanciatori. Già nel 1998 Abreu avrebbe battuto .312/.409/.497 per Philadelphia, mentre Stocker avrebbe chiuso a .208/.282/.313 per Tampa Bay. Il giudizio non deve dipendere soltanto dalla carriera successiva di Abreu, però, miei fidi 20 lettori. La questione strategica era visibile anche senza conoscere il futuro: quanto talento poteva permettersi di cedere una franchigia appena nata per rendere più ordinata la propria formazione inaugurale e stare dignitosamente in campo?
Anche Dmitri Young, selezionato e poi restituito ai Reds nell’operazione che portò Mike Kelly a Tampa Bay, rappresentò senza dubbio una rinuncia significativa. Ricordiamo però che le scelte non furono affatto sbagliate: Cairo, McCracken e diversi rilievi avrebbero prodotto contributi concreti. Ma il draft mostrò un’organizzazione impegnata contemporaneamente a investire nel futuro e a ridurre l’imbarazzo del presente. E' utile chiedersi perché fu intrapresa questa politica e la risposta è molto seplice. Naimoli indicò un obiettivo preciso: evitare cento sconfitte nella prima stagione. Non era un traguardo di classifica in senso tradizionale, ma una soglia simbolica. Cento sconfitte avrebbero identificato immediatamente il debutto con il fallimento, restare sotto quel numero poteva offrire una diversa narrazione. La costruzione del roster risentì anche di questa priorità, probabilmente con altri input dirigenziali ci sarebbero state scelte diverse.
Fu acquistato Fred McGriff, che arrivò dagli Atlanta Braves prima del draft. Wade Boggs firmò da free agent nel dicembre 1997. Erano due nomi capaci di rendere riconoscibile la squadra prima ancora che il pubblico imparasse quelli dei giocatori selezionati all’expansion draft. Entrambi avevano inoltre forti legami con l’area di Tampa, elemento prezioso per trasformare una nuova franchigia in una realtà locale, cosa non sbagliata vista la difficile nascita dei Devil Rays. Sul monte, l’investimento principale fu Wilson Álvarez: cinque anni e 35 milioni di dollari. Arrivarono anche il closer Roberto Hernández e il veterano Dave Martinez. Il messaggio era evidente: i Devil Rays non volevano presentarsi soltanto come un cantiere appena aperto, ma come una squadra composta anche da professionisti affermati.
Tuttavia credo che non sarebbe corretto liquidare queste acquisizioni come puro marketing. McGriff sarebbe stato il miglior battitore del club, Hernández avrebbe ottenuto 26 salvezze, vivendo una seconda giovinezza ed allungando non poco la sua carriera. Il problema era la relazione fra il contributo immediato e l’orizzonte dell’organizzazione. I veterani potevano rendere una squadra debole meno vulnerabile, ma non sostituivano una generazione di giocatori in crescita con tutti i contro del caso. La rosa inaugurale finì così per avere una doppia identità: abbastanza esperienza da alimentare legittime aspettative di rispettabilità, ma non aveva abbastanza qualità da sostenerle durante sei mesi. In quella distanza si sarebbe consumata gran parte della stagione, come avrete forse già capito.
Adesso torniamo all’Opening Day (i biglietti erano andati esauriti in diciassette minuti, all’epoca in cui gli acquisti su Internet erano ancora una realtà abbastanza marginale): la formazione iniziale presentava McCracken al centro, Cairo in seconda, Boggs in terza, McGriff in prima, Kelly a sinistra, Paul Sorrento battitore designato, Flaherty ricevitore, Martinez a destra e Stocker interbase. Álvarez aveva il compito di inaugurare la storia sul monte. La partita in sé non ebbe molta storia, anzi. Ben presto si ruppe la gioiosa atmosfera cerimoniale: Detroit segnò quattro punti nel secondo inning e due nel terzo, poi altri cinque arrivarono nel quinto. I Devil Rays si ritrovarono sotto 11-0. Il tabellone non lasciava spazio alla retorica: la festa apparteneva alla comunità, ma i colpi di maglio della realtà mostravano le differenze tecniche fra le due squadre. Dave Martinez mise a segno la prima valida della franchigia al terzo. Nel sesto inning Boggs colpì il primo fuoricampo (da due punti) che produsse anche le prime segnature ufficiali. Tampa Bay aggiunse quattro punti nel nono, ma perse 11-6.
La risposta arrivò immediatamente. Il primo aprile i Devil Rays batterono Detroit 11-8, sostenuti da diciotto valide e dalla prestazione vincente di Rolando Arrojo. Il giorno successivo si imposero 7-1 e conquistarono la serie. Nel giro di tre partite avevano attraversato l’intero repertorio emotivo del debutto: entusiasmo, sproporzione, reazione.
La buona partenza non si fermò alla prima serie. Il 5 aprile Tampa Bay ottenne il primo shutout, battendo i White Sox 5-0. Il 19 aprile vinse 6-0 ad Anaheim e raggiunse un record di 10-6: nessuna precedente squadra di espansione era arrivata a quattro partite sopra .500 durante la stagione inaugurale. Certo, era un campione ridotto, ma possedeva una forza narrativa enorme. Dopo anni impiegati a dimostrare di meritare una squadra, il pubblico poteva immaginare che la nuova arrivata meritasse subito qualcosa di più della semplice partecipazione. I veterani sembravano poter offrire ancora una stagione importante, i giovani riempivano gli spazi, il monte produceva risultati. Il 23 aprile, dopo una vittoria 12-5 sul Texas, il record era 11-8. Poi arrivarono sei sconfitte consecutive. Tampa Bay chiuse aprile 12-14 e maggio 24-30. Con l’infallibile "occhio del poi” si può tranquillamente affermare che le prime settimane avevano mostrato il massimo della squadra.
Restarono episodi capaci di alimentare l’identificazione per i tifosi. Il 12 maggio i Devil Rays batterono Cleveland 6-5 in quattordici inning, con un fuoricampo da due punti di Stocker nella parte bassa dell’ultima ripresa. Era un promemoria utile anche per chi avrebbe ricordato quell’interbase soltanto come il misero ritorno nello scambio con Abreu. Rolando Arrojo fu la figura tecnica più importante della stagione di debutto, offrendo continuità e divenendo ben presto “ace” della rotazione. Chiuse con 14 vittorie, 12 sconfitte e 3.56 di ERA in 202 inning, conquistando la selezione per l’All-Star Game e il secondo posto nella votazione per il Rookie of the Year dell’American League, sebbene avesse già 32 anni suonati. La stagione di Tony Saunders racconta invece quanto il record vittorie-sconfitte potsse deformare la lettura di un lanciatore, una di quelle diatribe che il baseball post Moneyball ha faticato non poco a digerire. Il suo 6-15 sembrava severissimo, ma l’ERA di 4.12, i 192 inning e un terzo e i 172 strikeout descrivevano una stagione più utile. Certo, le 111 basi su ball rappresentavano un limite evidente, ma il mancino forniva volume e capacità di eliminare battitori al piatto. Álvarez, l’acquisto più impegnativo, terminò 6-14 con 4.73 di ERA e 142 inning e due terzi. Il rendimento non corrispondeva al ruolo che l’investimento gli assegnava, va detto. Forse fu la pedina mancante, anche perché nel bullpen esistevano contributi solidi: Mecir produsse 3.11 di ERA in 84 inning, Lopez 2.60 in 79 inning e due terzi, Yan 3.86 in 88 inning e due terzi. Complessivamente il pitching staff chiuse con 4.35 di ERA e un ERA+ di 110, che colloca il rendimento sopra la media di lega. Il dato non trasformava Tampa Bay in una squadra forte, ma aiutava a identificarne correttamente il problema: i Devil Rays del 1998 pagarono soprattutto la debolezza del lineup.
Tampa Bay segnò 620 punti (ulitmi in MLB), con una slash collettiva di .261/.321/.385 e appena 111 fuoricampo. Il monte aveva spesso mantenuto le partite accessibili, la difesa (secondo metriche avanzate non ovviamente disponibili nel 1998) era la migliore della MLB, il lineup non produceva abbastanza per convertirne una quota sufficiente in vittorie. A livello di singoli McGriff batté .284/.371/.443, guidando la squadra con 19 homer e 81 RBI. Era un contributo valido, ma una formazione che chiedeva al proprio miglior produttore di potenza di trascinarla con meno di venti fuoricampo aveva margini offensivi limitati, questo penso sia pacifico. Sorrento ne aggiunse 17, accompagnati però da una media di .225, per dire. McCracken offrì 179 valide, 77 punti segnati e una media di .292, diventando uno dei volti riconoscibili della squadra. Cairo unì una slash di .268/.307/.367 a un contributo difensivo che il miglior sito del web, ovvero Baseball-Reference, valuta molto positivamente: i suoi 3.2 WAR mostrano quanto il valore di quella stagione non fosse concentrato soltanto nei nomi più celebri.
Fra i segnali interessanti ci fu Bubba Trammell: dodici fuoricampo e .568 di slugging in appena 59 partite. Boggs, invece, chiuse a .280/.348/.400 con sette homer, una produzione rispettabile ma lontana dalla capacità di guidare l’attacco. Stocker e Flaherty terminarono rispettivamente con .594 e .534 di OPS, appesantendo la parte bassa del lineup.
Va specificato chiaramente che la difficoltà non consisteva nell’assenza assoluta di buoni giocatori. Consisteva nella loro distribuzione: pochi punti di forza, diversi contributi senza infamia e senza lode, ma soprattutto troppi turni di battuta poco produttivi. La somma finale può essere sintetizzata così: il lineup non sosteneva il monte (e la difesa) con sufficiente regolarità.
Alla fine di giugno il record era 34-47. Poi arrivò la sequenza più dura: undici sconfitte consecutive fra il 30 giugno e il 13 luglio. In quelle undici partite Tampa Bay segnò soltanto sedici punti (!) e venne lasciata a zero cinque volte. Una delle poche note liete dell’estate 1998 si registrò il 16 settembre, quando arrivò una vittoria in casa per 7-0 sugli Yankees. Gli ultimi sei incontri furono invece altrettante sconfitte. Il bilancio definitivo fu 63-99, cinquantuno partite dietro New York e sedici dietro Baltimore, quarta classificata. Tampa Bay aveva il peggior record dell’American League, ma non dell’intera MLB: i Florida Marlins terminarono ancora più in basso, fornendo il peggior anno della storia MLB dopo l’anello. Anche la scientifica distruzione dei Marlins 1997 meriterebbe due righe, effettivamente. Chissà.
Tonriamo a noi: Naimoli aveva ottenuto il rispetto della soglia fissata, meno di cento sconfitte. Sportivamente, però, la differenza fra 99 e 100 non cambiava la valutazione. La squadra aveva disputato un debutto comprensibile per una franchigia di espansione, senza dimostrare che le "scorciatoie" adottate nella costruzione del roster avessero accelerato davvero il percorso.
Il pubblico fornì comunque oltre 2 milioni e mezzo di presenze, con una affluenza media di 31.00 spettatori per singola partita, testimonianza concreta dell’attesa accumulata nel corso degli anni. Non sarebbe stato giusto chiedere a quella prima stagione di risolvere tutti i problemi economici, geografici e competitivi dell’organizzazione, ma sarebbe stato altrettanto sbagliato considerare l’entusiasmo iniziale una risorsa inesauribile, indipendente dalla qualità delle decisioni successive. Ma per vedere questo ci sarà tempo. La comunità aveva dimostrato di saper attendere, ma la proprietà faticava ad accettare quanto tempo richiedesse costruire una squadra in maniera seria e ragionata. Nel mezzo lavoravano un general manager, un manager e giocatori incaricati di dare forma quotidiana a un’ambizione molto più grande di loro.
E con questo si chiude la puntata di oggi, la prossima si va più veloci.
Promesso.
