What if
E se Buckner avesse fatto l'out?
Ci sono momenti nel baseball che diventano più grandi della partita stessa. La famosa rimbalzante di Mookie Wilson nella parte bassa del decimo inning di Gara 6 del 1986 è uno di questi. La palla che passa sotto il guanto di Buckner, la telecronaca di Scully, Knight che segna il punto della vittoria mettendosi le mani sul caschetto dall’incredulità di quel folle 10° attacco: tutto è diventato un simbolo. Forse anche di troppe cose: errore, destino, tragedia. Ma proprio perché quell’immagine è così definitiva, vale la pena chiedersi cosa sarebbe successo se fosse andata diversamente. Non sarò breve, lo dico subito, almeno vi mettete l’animo in pace.
La storia di oggi parte da una amichevole di beneficenza disputata durante la stagione, precisamente il 4 Settembre 1986: si sfidano a Boston i Mets ed i Red Sox. Vinceranno i Mets 7-3, Il primo punto dei Mets arriverà grazie ad un errore del prima base che si fa rotolare sotto le gambe una facile rimbalzante a basi cariche. Veloce salto in avanti: Gara 6 delle World Series 1986, stavolta si gioca per il titolo di Campione del Mondo. Di fronte ci sono proprio i Red Sox, che non vincono dal 1918, contro i “bad guys” dei New York Mets. Al primo inning va in battuta per Boston proprio quel prima base dell’errore, Bill Buckner. Dopo il primo lancio un matto con un paracadute (credo, non me intendo) atterra dal nulla accanto al box di battuta vestito da giocatore dei Mets e con una bandiera che recita “Go Mets”. Bizzarro.
Andiamo avanti: nonostante i Mets siano nettamente favoriti iniziano il decimo inning sotto 3-2 nella serie e dietro 5-3 nella partita. Ergo, con 3 out Boston è campione, contro ogni pronostico iniziale. Sul monte per Boston c’è uno dei loro migliori rilievi, Schiraldi. Non sembra particolarmente in serata, avendo già permesso il pareggio sul 3-3 all’8°, quando aveva rilevato Roger Clemens. Ma al 10° elimina F7 il primo battitore dei Mets, poi con un F8 si porta ad un solo eliminato dalla vittoria. Hernandez, il secondo battitore eliminato, va nello spogliatoio dei Mets perchè non avrebbe resistito a vedere celebrare i Red Sox, nell'altra panchina Oil Can Boyd ha la brillante idea di stappare una bottiglia di spumante, venendo duramente rampognato. Nel box va Gary Carter, che batte un singolo, i Mets adesso avrebbero il pitcher al box, entra ovviamente un pinch-hitter: valida. Uomo in prima e seconda e due eliminati. Nel box va Knight, che sul conto di 0-2 batte un altro singolo che frutta il 5-4 e porta il punto del pareggio in terza base. In pochi istanti Boston vede crollarsi la terra sotto i piedi. Il Manager McNamara chiama sul monte il closer Bob Stanley, per cercare di fare l’out che decreterebbe la fine della maledizione del Bambino: nel box c’è Mookie Wilson. Il che è già un mezzo miracolo visto che ha letteralmente rischiato di rimanere cieco per un infortunio all’occhio rimediato durante lo Spring Training, ma questo poco importa. Si arriva sul conto di 2-2, nuovamente a uno strike dal titolo. Poi Stanley fa un lancio pazzo (ne aveva fatto solo uno in 82.1 inning in stagione…) che porta a casa il punto del pareggio e Knight, che rappresenta il punto della vittoria, in seconda base. Il turno al box di Wilson continua, batte una debole rimbalzante verso il prima base e tutto lascia pensare che l’inning si chiuda facilmente. Boston ha clamorosamente dissipato il vantaggio costruito nella parte del 10°, ma la partita è sul 5-5, si va all’11°. O almeno così pensano tutti appena vedono il debole contatto di Wilson.
Chi c’è in quel momento in prima base per Boston? Bill Buckner, all’epoca 36enne sul viale del tramonto di una bellissima carriera che lo ha visto protagonista prima a Los Angeles e poi a Chicago (sponda Cubs) prima dell’approdo a Boston nel 1984, in una trade che coinvolge anche Dennis Eckersely. Battitore stellare (2715 valide in carriera, nel 1982 guida la MLB con 657 AB nelle quali subisce solamente 26 -ventisei- strikeout), in difesa invece è una tassa: pur stabilendo record su record in fatto di assist (il suo record di 184 resisterà fino al 2009), guida la MLB per 4 stagioni in termini di errori in prima base. Giocatore strano da valutare con le metriche odierne: il suo 12.9 di offensive WAR è quasi cancellato dal -11.5 defensive WAR, sembrerebbe un DH perfetto. E stiamo comunque parlando di un giocatore che in 5 anni ha riscritto 3 volte un record difensivo (per quel che possa valere) che poi è durato 24 anni. Ma a prescindere dalle abilità difensive di un Buckner integro, il Buckner del 1986 è un giocatore fisicamente devastato: combatte dal 1975 con dolori vari (tutto è originato da una scivolata per tentare di rubare una base, già perché nel 1975 rubò anche 31 basi). Arriva a dichiarare che in alcuni momenti il dover correre sulle basi gli procura un dolore tale da farlo lacrimare, tanto da aver iniziato una routine quotidiana che prevede 30 minuti di ghiaccio sulle caviglie e sulle ginocchia prima e dopo le gare.
Proprio a metà stagione del 1986 ha deciso che stringerà i denti e terminate le fatiche agonistiche si sottoporrà ad un intervento chirurgico, nella speranza di mitigare il dolore: nell’attesa della fine della stagione si fa 9 iniezioni di cortisone per riuscire a portare a termine l’annata. Arranca talmente tanto che negli ultimi 75 turni al box della stagione metterà a segno solamente 11 valide. Ma c’è da vincere un titolo che a Boston manca da troppo tempo, quindi Buckner stringe i denti. I Red Sox arrivano alla post-season, Buckner il 6 Ottobre , durante una intervista dichiara che ha, al tempo stesso, il sogno vincere le World Series ed “il terrore di far segnare il punto decisivo con una palla che mi passa sotto le gambe”. Nelle Championship Series Boston si trova sotto 3 partite ad uno contro gli Angels, ma riesce a raddrizzare e vincere una serie che sembrava persa. Si inizia a parlare della squadra del destino, la formazione che annullerà la maledizione di Babe Ruth. Arriveranno alla sfida contro i Mets da sfavoriti, ma mai dire mai. Infatti la serie contro i Mets non vede Boston recitare affatto il ruolo di vittima sacrificale, anzi. Si torna per le ultime due sfide a New York con Boston addirittura avanti 3-2.
Ora, prima della famose rimbalzante di Wilson, Buckner è in prima base, ma non dovrebbe nemmeno esserci, visto che spesso McNamara in partite strette opta per un cambio difensivo proprio per avere un prima base più solido difensivamente parlando. Durante questa post season questo cambio si è verificato in tutte e 7 le vittorie di Boston. La stessa mattina di Gara 6 il Washington Post pubblica un articolo dal titolo “It hurts to watch Buckner”, tanta è la goffaggine dei movimenti in campo del prima base. Ma nonostante questo (e nonostante lo slump) Buckner è in campo e terzo in battuta per la gara del destino, che chiuderà con un lacrimevole 0/5. Perché McNamara non abbia inserito Stapelton al posto di Buckner per i 3 out più importanti della storia dei Red Sox è uno degli argomenti che in questi 40 anni è stato affrontato talmente tante volte che non credo sia particolarmente utile che aggiunga la mia opinione. A giochi fatti facciamo tutti 6 al Superenalotto, del resto. Forse il rispetto dovuto ad un campione, al titolare che ha stretto così a lungo i denti per essere lì, Dio solo sa quale sia il motivo, ma sta di fatto che Boston si schiera al 10° con Buckner in prima base, scelta che avrà la sua importanza. Nemmeno al 10°, quando Buckner viene colpito, viene inserito il sicuramente più agile sulle base Stapelton. Insomma, c’erano tutti i motivi per cui in prima Buckner non doveva esserci, ma c’era.
Adesso torniamo a noi. A Mookie Wilson nel box, con il pareggio appena segnato grazie al lancio pazzo del closer di Boston e con il punto della vittoria in seconda base. Mookie Wilson batte una facile rimbalzante verso la prima base, Buckner tenta di effettuare l’out, ma un po’ le sue scarsi doti difensive, un po’ la pressione del momento, un po’l’urgenza di compiere l’eliminazione prima che Wilson (corridore velocissimo) arrivi in prima portano il difensore a commettere un clamoroso errore che permetterà ad un incredulo Knight di arrivare a casa base e segnare il punto che porterà la serie a Gara7, una cosa totalmente irreale anche solo da immaginare qualche minuto prima, quando i Mets si trovavano ad un out dalla sconfitta, sotto di due punti e con nessun corridore in base. Ultima nota di colore: all’uscita dal campo Buckner viene immortalato affranto, si nota però che ha il guantino con l’orsacchiotto dello stemma dei Cubs, squadra che in fatto di maledizioni è seconda a nessuno. Del resto Buckner aveva militato diversi anni nel roster dei Cubs, ma che abbia scelto di indossare quel guantino, quella sera, è una delle tante cose mistiche che girano intorno a questa incredibile storia.
Ora, vista come è andata la realtà, giochiamo a “E se?”, ipotizzando che Buckner avesse raccolto la palla ed effettuato l’eliminazione, cosa tutt’altro che scontata (se guardate le riprese da angolazioni più larghe vedete quanto giocasse fondo Buckner e Wilson che tocca la prima base prima ancora che la palla smetta di rotolare: siamo così sicuri che un atleta di fatto zoppo sarebbe riuscito a toccare il cuscino prima di Wilson? In tutto questo Stanley era lontanissimo dal cuscino stesso, rendendo impossibile anche l’out 3-1). Ma lasciamo perdere, giochiamo al “E se?”.
Se Buckner avesse raccolto quel grounder e registrato l’out, il decimo inning si sarebbe chiuso sul 5–5. Nessuna vittoria dei Mets, nessun finale immediato. La partita sarebbe andata all’undicesimo inning. E lì tutto sarebbe stato ancora aperto. Questo è il primo punto fondamentale della nostra piccola ucronia: nel momento dell’errore, Boston non aveva affatto vinto. Il pareggio era arrivato qualche secondo prima con il wild pitch di Bob Stanley, come abbiamo visto. Buckner, insomma, non ha “perso” una vittoria certa: ha chiuso bruscamente una partita ancora viva. Se si prova a modellare quella situazione — inizio dell’11°, 5–5, Mets in casa — emerge un dato interessante: Boston sarebbe stata favorita. Non in modo schiacciante, ma in modo concreto. Le stime basate sui dati del 1986 e su un contesto realistico di bullpen, utilizzo e stanchezza danno ai Red Sox circa il 65–68% (in base al modello che si utilizza) di probabilità di vincere quella partita. Se Buckner fa l’out, i Red Sox iniziano l’11° da favoriti. Se vincono, la serie finisce. Boston è campione del mondo. Non c’è Gara 7, non c’è seguito e non c’è il mito della rimonta.
Questo però cambia completamente la lettura storica. Significa che senza l’errore di Buckner, Boston non era semplicemente “ancora in gioco”. Era, ipoteticamente, nella posizione migliore per vincere. Il motivo è duplice: da un lato, i Sox avevano un attacco molto produttivo, quasi equivalente a quello dei Mets. Dall’altro, negli extra-inning conta moltissimo segnare per primi e Boston avrebbe battuto nella parte alta dell’11° con la parte alta del lineup e contro i peggiori rilievi dei Mets, che avevano usato già McDowell, Orozco e avevano usato Mitchell come pinch-hitter per Aguilera. Avrebbero avuto disponibili Fernandez, Sisk e Niemann. Dire che i Red Sox avrebbero segnato sicuramente è sicuramente un po’avventata come cosa, specialmente dopo la batosta morale di questo disastroso 10° turno di difesa, ma il punto rimane, dato che i Mets altre braccia non avrebbero potuto chiamarle sul monte.
Se i Red Sox avessero segnato, i Mets sarebbero entrati nella parte bassa dell’inning costretti a inseguire, con ogni out che avvicinava la fine (come nel 10° inning). Se invece Boston non avesse segnato, New York avrebbe avuto un’altra occasione di walk-off. In entrambi i casi, la partita sarebbe rimasta altamente volatile.
Un altro elemento importante è la distribuzione degli esiti. Molte partite in queste condizioni non si trascinano a lungo: prima della recente “riforma” degli extra-inning il 73% delle partite si concludeva o al 10° o all’11° inning. Lo scenario alternativo non è necessariamente una lunga maratona, ma probabilmente una continuazione immediata del dramma. Qui emerge il vero significato dell’errore di Buckner: non ha solo cambiato il risultato, ma ha eliminato una fase della partita in cui Boston aveva più probabilità di vincere che di perdere.
Gara 6 non era solo una partita drammatica, era una partita che poteva chiudere tutto. L’errore non ha solo prolungato la serie, ha reso possibile la sconfitta finale. Naturalmente, nulla era garantito. I Mets avevano ancora circa un terzo di probabilità di vincere, comunque. Erano una squadra straordinaria, la netta favorita alla vigilia. Un roster stellare (Gooden, Strawberry, Dykstra, Carter, Hernandez etc etc). Giocavano in casa e basti sentire il boato al punto del pareggio o dell’errore di Buckner per capire che una qualche influenza anche “il fattore campo” lo avrebbe sicuramente avuto, specialmente doppo galvanizzante inning appena concluso, nel quale i Mets avevano dimostrato di poter ribaltare una situazione disperata, come del resto avevano fatto spesso nel 1986, letteralmente dall’Opening Day in avanti. In uno scenario alternativo, avrebbero potuto tranquillamente vincere all’11°, al 12° o più avanti. Ma anche in quel caso, la storia sarebbe stata diversa. Perché senza l’errore non ci sarebbe stato il simbolo. La vittoria dei Mets sarebbe stata il risultato di una battaglia, non di un singolo momento iconico. Sarebbe stata meno “perfetta” come racconto, ma forse più rappresentativa della realtà della partita.
E questo porta a un altro punto fondamentale: il modo in cui ricordiamo Buckner. Nella storia reale è diventato il volto della sconfitta, una delle più famose immagini attraverso cui si racconta il (lungo) dolore dei Red Sox. Ma quella è una semplificazione, come abbiamo visto: Buckner è stato un grandissimo giocatore, che ha sfiorato la Hall of Fame. E ricordiamo che prima del suo errore c’erano già stati altri momenti decisivi: McNamara che non toglie lo stesso Buckner per un difensore di prima base più agile e affidabile, i 14 uomini lasciati sulle basi dai Red Sox nel corso della gara, i 3 singoli consecutivi battuti dai Mets con due out, il wild pitch…Se Buckner avesse fatto l’out, tutta quella complessità sarebbe rimasta visibile e la responsabilità si sarebbe distribuita. Forse non ci sarebbe stato un singolo capro espiatorio. E probabilmente, anche la narrativa della “maledizione” di Boston sarebbe stata diversa. Non necessariamente inesistente, ma meno legata a un’immagine così potente.
Ma il baseball non è fatto di singoli momenti isolati. È fatto di probabilità, di equilibrio e di eventi che si accumulano.
In quel baseball, senza quell’errore, i Red Sox erano ancora vivi e, dati alla mano, favoriti.
Se Buckner avesse fatto l’out, forse Boston avrebbe vinto la World Series. Forse no. Di certo ci avrebbe negato uno dei momenti salienti della storia di questo sport, non ci sarebbe stato il mito dei Mets dell’86, la maledizione di Babe non avrebbe avuto l’epica che si è trascinata dietro fino al successo dei Sox del 2004 (pensate solo quel che è successo dal 1986 in avanti: le sfide degli anni 2000 con gli Yankees non avrebbero sicuramente avuto l’impatto che hanno avuto nell’epopea del nostro amato baseball) e avrebbe fatto emergere, forse in maniera ancora più potente, le maledizioni –o presunte tali- dei Cubs, degli White Sox o degli Indians/Guardians. Di sicuro Buckner non si sarebbe rovinato la vita, che fu segnata per sempre da quell’azione. Già perché il nostro, dopo la sconfitta di Gara7 divenne il capro espiatorio della sconfitta dei Red Sox, più ancora del Manager, più ancora di Schiraldi (un ex Mets, peraltro: in quelle WS fece registrare blown save in Gara 6 e in Gara 7) o Stanley. In quella Gara 7, per non farci mancare nulla, i Red Sox si trovavano avanti 3-0 a metà 6°, prima di vedere un nuovo crollo del bullpen negli ultimi 3 inning e consegnare il titolo di Campione del Mondo ai Mets. Nella vera gara senza un domani Buckner era normalmente al suo posto, in prima base e terzo battitore (chiuse a 2/4). Ah, Boston ha qualche problema con Gara 7 delle World Series, avendo perso quelle del 1946, del 1967 e del 1975.
Finite le World Series con questa nuova sconfitta, Buckner arrivò a ricevere minacce di morte, ma nonostante questo rimase a Boston anche per la stagione 1987, a metà della quale venne tagliato, nonostante un rendimento non da disdegnare. Rimase ancora per qualche anno sui campi della MLB, tornò addirittura a Boston nel 1990 per chiudere la carriera a 40 anni, al momento della presentazione del roster all’Opening Day fu accolto da una standing ovation agrodolce. Nemmeno una volta appeso il guantone al chiodo riuscì a liberarsi dal ricordo di quel momento, vero turning point di una carriera e di un’esistenza intera. Fu al centro di battute anche al di fuori del mondo del baseball, entrando nella cultura popolare americana, ma nemmeno il mondo del baseball lo lasciò in pace (per dirne una: Cashen, il GM dei Mets del 1986, anni dopo, ad un incontro benefico in un ospedale disse che Buckner, anch’egli presente, era il suo giocatore preferito di tutti i tempi dei Red Sox). Non abbandonò il mondo del baseball, tuttavia: si trasferì in Idaho dove si dedicò ad insegnare il baseball ai ragazzini. Divenne molto amico con Mookie Wilson, spesso erano insieme ad iniziative benefiche. All’Opening Day del 2008, quando veniva consegnato l’anello della vittoria delle World Series 2007 (la seconda vittoria, dopo quella del 2004) Buckner effettuò il primo lancio al Fenway Park, ricevendo 4 minuti di standing ovation, stavolta finalmente libera da qualsiasi scoria del 1986.
Bill Buckner è morto nel 2019.
