La partita quasi perfetta
Il 99° lancio di Brian Holman
E' il 20 di Aprile del '90, ma in questa nostra storia i Celtas Cortos non c'entrano nulla: a Seattle va in scena la partita tra i Seattle Mariners ed i Campioni del Mondo di Oakland al loro ultimo giro di giostra. Il partente per Seattle è il 25enne Brian Holman, arrivato dagli Expos a metà della stagione precedente insieme a tal Randy Johnson, in una trade che nel tempo diventerà leggendaria.
Holman, a dirla tutta, quella partita non avrebbe nemmeno dovuto giocarla, tanto era fuori forma. Ricorda che il bullpen prepartita fu talmente brutto che tra i compagni di squadra presenti intorno al monte di lancio qualcuno fece partire la scommessa su quanti inning sarebbe durata la partita del giovane pitcher. Anche perchè, come detto, di fronte aveva il lineup probabilmente più forte di quegli anni: Rickey Henderson, Stan Javier, José Canseco, Mark McGwire, Dave Henderson. Insomma, una autentica successione di mostri sacri della battuta.
Ma Holman parte aggressivo, ritrova lucidità e furore agonistico già dai primi lanci. Elimina Rickey Henderson con un lungo fly sulla destra, eilmina Stan Javier al piatto e piega Canseco con una dritta. La partita sembra un classico duello di lanciatori, Holman naviga a zero, ma anche dall'altra parte non si scherza: il partente degli A's Bob Welch (che quell’anno vincerà il Cy Young Award con 27 vittorie) tiene botta fino al quinto inning.
Con il punteggio ancora ben saldo sullo 0-0 e già due out, per i Mariners in rapida successione si registrano il triplo di Brumley, ancora triplo di Reynolds ed il doppio di Briley. Siamo 2-0 Seattle. Intanto Holman deve ancora concedere il primo arrivo in base ad uno dei temibili battitori avversari. Il primo vero brivido lo corre proprio nella parte bassa del 5°, quando McGwire batte una profonda volata al centro che solo una grande presa del 20enne baby prodigio Ken Griffey Jr. evita che si tramuti in una battuta valida.
Qualcuno inizia a mormorare qualcosa, ma nessuno si azzarda a dire nulla. Del resto la perfezione è un sogno che il baseball coltiva più di ogni altra disciplina e quanto a scaramanzie/riti esoterici improvvisati questo sport è secondo a pochi.
Gli inning scorrono via rapidi, con Holman che ogni volta accresce la sua striscia di eliminazioni consecutive. Ogni volta che Rickey Henderson si presenta al box l'intero stadio si cala in un silenzio assordante. Holman riesce a tenerlo a bada, costringendo il pubblico di casa a un misto di rispetto e incredulità. “Quella era la chiave della serata: superare il terzetto Henderson, Javier, Canseco era la nostra partita dentro la partita,” rifletterà in seguito il catcher Dave Valle. Quando Canseco, con il conto pieno, colpisce una rimbalzante appena in foul sulla linea di terza, Holman decide: lo sfiderà ancora con la dritta. Il cubano gira a vuoto l’ennesima palla e va strikeout: “E' lì che Brian ha sentito davvero il peso di quell’impresa” dirà a fine partita il Manager Jim Lefebvre. È il momento in cui Holman si accorge di ciò che sta faacendo, o almeno così dichiarerà. Cosa della quale è lecito dubitare: possibile che in questi casi nessuno si accorga mai di nulla al 4° o al 5°?
Nella panchina, dopo l’ottavo, Holman è come in quarantena: nessuno gli parla, nessuno si avvicina. “Sembrava avessi la peste,” riderà al ricordo di quei momenti. In realtà è il rispetto silenzioso per un giovane che sta abbracciando una delle imprese più rare della storia: si sono registrati solo 12 perfect game in più di cent’anni di Major League.
Il nono inning si apre con un attacco devastante dei Mariners che portano il punteggio sul 6-0. L’alchimia e la scaramanzia, però, suggerirebbero di tornare subito in difesa, ma l’allungo sugli avversari regala maggior rilassatezza a Holman e forse — con l’inconscio — anche un granello di defocalizzazione.
Il Coliseum ora tifa Holman: persino i tifosi rivali vorrebbero veder scrivere la storia. Félix José va strikeout. Walt Weiss batte su Reynolds: due out, il pubblico è in piedi. Manca un solo eliminato alla perfezione. Il sogno per Holman, in quei secondi, è uno solo : “Mi vidi già nella Hall of Fame. Pensavo: vorranno il mio cappellino, la maglia, calzini e tutto il resto da esporre a Cooperstown” ricorderà Holman, con ironia dolorosa.
Entra Ken Phelps come pinch-hitter: barbuto, mancino, e per giunta anche ex Mariners. Sguardo che tradisce esperienza e rispetto, ma la determinazione di chi vuole rovinare la festa. Dave Valle, il catcher, chiama la fastball che aveva portato Brian sin lì. Holman rilascia il suo 99° lancio, una sinker, leggermente alta.
Phelps non perdona, la spedisce oltre la recinzione di destra. Oltre quarantamila persone emettono un unico lungo gemito: perfect game svanito, no-hitter svanita, shutout svanito. Phelps batte le mani correndo sulle basi, con rispetto. A ogni passo tra i cuscini marchia a fuoco il nome di Holman nella lista delle vittime illustri della storia: “Cercavo una fastball buona e l’ho trovata. E' stato uno dei pochi errori che abbia fatto Brian stasera,” dirà Ken a fine partita.
Sul monte, Holman non crolla. Elimina subito Rickey Henderson al piatto; vince comunque la partita, un one-hitter da sei strikeout, ma con una ferita che nessun’altra impresa potrà cancellare. Manager e compagni lo accolgono, fatalisti ma ammirati. La stampa impazzisce: “Un solo lancio, alto di pochi centimetri, può cambiare la storia di una carriera,” scriverà il giorno dopo il Tacoma News Tribune.
Quella notte Holman non dormirà: ad ogni ora si sveglia, ripercorre quegli ultimi lanci. È conscio di aver realizzato qualcosa di superiore alle proprie aspettative, ma sente il vuoto di chi ha toccato il cielo con un dito e visto il sogno spezzarsi proprio sul più bello. “Mi sarebbe piaciuto entrare nella storia per quello, non per averlo quasi fatto,” confesserà molto tempo dopo.
Per Phelps, quello sarà l’ultimo fuoricampo in Major League, senza dubbio il più famoso della sua vita. Si ritirerà poco dopo, lasciando come unico lascito in quella stagione il ruolo di guastafeste.
Holman, invece, continuerà a lanciare ancora qualche stagione — chiuderà a 37 vittorie in carriera — finché un grave infortunio alla spalla non lo costringerà al ritiro precoce. Non conquisterà mai la grande ribalta a cui sembrava destinato quella notte di Aprile.
Il quasi-perfect game di Brian Holman non è stato dimenticato dagli appassionati di baseball: rimane, ad oggi, l’unico caso nella storia MLB in cui il perfect game è spezzato da un fuoricampo con due eliminati nel nono inning. La storia viene evocata ogni volta che un pitcher si avvicina a quell’impresa, a sottolineare la crudeltà e il fascino del baseball: uno sport dove, per essere davvero immortali, non basta essere “quasi perfetti”. In quella stagione Randy Johnson riuscirà a portare a termine un no-hit contro i Tigers ed è impossibile pensare cosa abbia abbia provato durante e dopo quella partita Holman.
Credo che ci sia sempre una lezione nei grandi romanzi mancati dello sport: la grandezza, forse, non è soltanto nei record e nell’immortalità, ma anche nel saper riprendersi dopo aver visto la perfezione svanire con un solo swing. Brian Holman, quella notte, è entrato di dirtto tra i grandi del nostro sport grazie ad una prestazione stellare, macchiata da un solo piccolo errore che lo ha consegnato comunque all'epica del nostro sport.
Questa storia è raccontata molto meglio che in queste misere paginette da un veloce documentario visibile anche su YT, ve lo lascio sotto.
